Il Gran Ghetto

10 Set

 

Camminando per il Gran Ghetto di sabato notte

 

Lorenza Conte ha la schiena dritta, ma rigida. Si vede che le fa male perchè si muove piano, con circospezione. Ci accoglie nella casa della sua cittadina natale, Oria, a pochi chilometri da Bari.  Il suo racconto della lotta al caporalato che ha portato avanti per anni inizia dai ricordi dei primi anni ’70.  “Dopo le scuole medie volevo continuare ad andare a scuola, ero brava e i maestri chiamavano mio padre e gli dicevano che avrei dovuto continuare. Mio padre era un bracciante a giornata. E un comunista iscritto al partito. Eravamo cinque figli, il primo maschio e le quattro femmine. Era un uomo giusto mio padre, se mandava a scuola me doveva mandare pure le altre. Mica che non voleva, ma non si poteva fare, non ce lo potevamo permettere. Il primo si, era maschio, poteva studiare, ma noi a quattordici anni iniziavamo la nostra vita nei campi, chiamate a giornata dal caporale di turno”.

Centinaia di chilometri più a sud e una quarantina di anni dopo accade una storia simile. Questa volta a dovere interrompere gli studi è Coco, un giovanissimo ragazzo del Mali. Coco dovrà percorrere migliaia di chilometri prima di trovare un impiego. Algeria, Libia, Italia. Oggi aspetta il suo caporale al Gran Ghetto, un’enorme baraccopoli a Rignano Garganico, duecento chilometri più a nord della città di Lorenza.

E’stato interessante e bizzarro fare incontrare queste due persone. Lorenza, che ha lavorato nei campi trent’anni, e Coco, che ha iniziato quest’estate. Una cinquantenne e un diciannovenne. Un’italiana e un maliano. Si scambiavano domande come due lavoratori in pausa pranzo. “Ma a te quanto ti pagano? Quanti cassoni di pomodori raccogli in un giorno? I contributi li versi?”. Ne è venuto fuori che non è cambiato nulla, ma proprio nulla. Le paghe sono sempre le stesse, da fame. Dai due euro e mezzo ai tre euro e mezzo l’ora, per chi non viene pagato a cottimo (quindi, nel caso dei pomodori, a cassoni, ogni cassone equivale a 350 chili di pomodori e a tre euro e cinquanta di guadagno). E anche il sistema è uguale. Il caporale ti viene a prendere in un furgoncino da nove e ti spreme dentro insieme a un’altra trentina di persone, poi ti porta al campo e si piazza lì a prendere appunti: chi raccoglie di più, chi lavora male, etc… Poi si prende circa cinque euro per il passaggio, più un euro o anche più per ogni cassone riempito dal lavoratore.

Lorenza ci ha raccontato che da quando tre sue amiche sono morte in uno di quei furgoni da sardine lei non ha più potuto tacere. Continuava a fare la bracciante quando è diventata consigliera comunale di Oria con una delega speciale sulla questione del caporalato. Ogni volta che c’era da denunciare gli abusi lo ha fatto. Ogni volta che c’era da parlare non si è tirata indietro. Ha tentato di modificare il sistema dei trasporti ai campi e di sistematizzare i controlli da parte delle forze dell’ordine. Ha parlato alle donne nei campi dei loro diritti e ha ricordato ai proprietari terrieri i loro doveri. I risultati sono stati ben pochi, ha riportato a casa una macchina bruciata davanti al Comune e una schiena rotta dal lavoro nei campi. Coco ascoltava assorto i racconti di Lorenza, forse stupito da tanto coraggio. “Noi lavoratori del Ghetto non siamo abbastanza uniti per intraprendere una lotta” ha detto. E forse uniti non lo erano neanche i braccianti di trenta anni fa, per questo le battaglie intraprese da Lorenza sono sfumate nel nulla.

Ma al Gran Ghetto qualcosa si muove. In questo pezzo d’Africa dove d’estate vivono più di 1200 persone ci sono lavoratori che per anni sono stati in fabbrica e che sanno perfettamente quali sono i loro diritti. Sanno che il lavoro che gli si sta offrendo nei campi è più simile a una nuova forma di schiavitù che a un impiego. Ma adesso non hanno alternativa. Chi vive in città e lavora a giornata d’estate non può rimanervi, i costi sono troppo elevati. La raccolta nei campi è un’alternativa obbligata, che non permette di mettere da parte risparmi ma che consente almeno di sopravvivere. Le istituzioni osservano in silenzio e le forze locali di zona che vanno nei campi rinunciano a fare un controllo in cambio di una cassa di peperoncini.

“Sembrano i minatori dell’800 dipinti nei quadri”. Ha detto un mio amico vedendoli tornare. Verso le cinque del pomeriggio alla spicciolata tornano al Ghetto, sono coperti di terra dai capelli alla punta dei piedi, ma soprattutto non riescono a camminare dritti, le gambe sono arcuate e la schiena piegata. Ma dopo pochi minuti – il tempo di lavarsi alle botti azzurre dell’acqua attrezzate dal Comune – diciamo loro di venire alla radio e sono pronti a mettere musica, parlare, ballare. Radio Ghetto questo mese funzionava a pannelli solari. Un’idea di Amisnet supportata dalla Rete Campagne in lotta, che da più di due anni sostiene i braccianti nelle lotte per i loro diritti, un microfono sempre acceso all’interno della baraccopoli, autogestito dai lavoratori che qui sono liberi di parlare di quello che sta accadendo, del loro lavoro, di come trascorrono le giornate.

Il sabato sera il Ghetto è in grande spolvero. Chi viene alla radio, chi mangia in uno dei tanti spacci che gli abitanti stessi hanno aperto, chi si taglia i capelli nella baracca del barbiere, chi cerca una donna a pochi euro nella baracca di Nicola. La più grande. Lui è l’unico italiano ad essersi aperto un business. Ma di italiani che vengono a donne in compenso ce ne sono, e molti. Si vedono la sera, che si muovono nel buio di questo mondo senza elettricità. Di giorno torna ad essere invisibile, il Gran Ghetto. Nel supermercato di Foggia i pomodori in vendita espongono un cartello: “Provenienti dall’Olanda”.

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