Fare radio

3 Ago
La mia vicina di casa aveva una passione per i programmi serali in televisione. Non solo. La mia vicina di casa era anche sorda. Non completamente direi, ma per riuscire ad ascoltare qualcosa aveva bisogno che gliela si urlasse nell’orecchio.
Non smetterò mai di ringraziare questa signora, che per anni ha accompagnato il mio viaggio dalla veglia al sonno con le più popolari trasmissioni televisive degli anni ’80 e ’90.

Mi è stato chiesto un contributo in occasione del giorno dell’anniversario della radio. Iniziare parlando di sordità e televisione potrebbe sembrare quanto meno bizzarro. Ma così tanto astruso non è. Quel brusio di voci senza immagini che giungeva alle mie orecchie ogni sera era quanto di più rassicurante e dolce ci fosse nelle mie notti romane. Conoscevo ormai  a memoria il palinsesto settimanale, associavo volti di fantasia alle voci, costruivo quadri e paesaggi su suoni e musiche.

Quando avevo tredici anni, ho comprato la mia prima radio, attraverso la quale ascoltavo da mattina a sera Radio Rock ad un volume tale da coprire i brusii della televisione della povera vicina. A ventidue anni, fresca di laurea, in una torrida giornata estiva, ho attraversato la città con il mio motorino per bussare alle porte di un’agenzia radiofonica di cui ero venuta a conoscenza attraverso il web.

Era il 14 di agosto, se non sbaglio. Il mio curriculum, che tra le esperienze più rilevanti citava qualche babysitteraggio e una buona dimestichezza nel confezionare biscotti al cioccolato, era bello pronto nello zaino e il mio miglior sorriso stava già lì stampato sotto il casco. Suono il citofono di un palazzo a dieci piani del quartiere africano. Minuti di silenzio, poi una voce incredula. “Si?!”. “Salve, sono qui per consegnare il mio curriculum, mi chiamo Marzia”. “Ma è il 14 di agosto!”. “Ah”. “Scendi pure, sono nel seminterrato”.

E’ iniziata così la mia carriera radiofonica e la mia esperienza ad AMISnet, l’agenzia multimediale di informazione sociale di cui ancora faccio parte. Monica, la ragazza al citofono, sarà la mia maestra e collega per qualche anno e solo dopo molto tempo mi racconterà che quel giorno di agosto era lì per cercare il suo portafoglio, che non trovava da giorni. Una pura casualità. Correva l’anno 2005 e AMISnet già aveva otto anni di vita. L’agenzia – nata per volere di un gruppo di giornalisti e attivisti, tra cui Francesco Diasio, per anni direttore della struttura – mirava a fare radio pur senza una frequenza, sfruttando le potenzialità di internet.

Non una web radio, con trasmissioni 24 ore su 24, bensì un portale che raccogliesse audio interviste e approfondimenti radiofonici di alta qualità, incentrati soprattutto su tematiche sociali. Dall’immigrazione all’ambiente, passando per l’economia, la finanza e la politica (in senso stretto), AMISnet  ancora oggi accende i microfoni lì dove spesso i media mainstream non arrivano.

Oggi la nostra agenzia ha sede in un centro sociale romano, Strike, vicino alla stazione Tiburtina. I nostri programmi sono pubblicati sul sito amisnet.org, e ritrasmessi da emittenti amiche, circa una ventina di radio comunitarie e locali disseminate su tutto il territorio italiano. La diffusione è libera e gratuita, mentre cerchiamo sempre di retribuire il nostro lavoro, partecipando a progetti e attività di cooperazione e rafforzamento delle reti di comunicazione nei Paesi dove l’informazione ancora non è libera.

Sono moltissimi i progetti che abbiamo potuto portare avanti in questi anni, preziose esperienze in cui il fare radio si è intrecciato con il costruire radio. Nel vero senso della parola. I nostri redattori e i nostri tecnici hanno lavorato alla ricostruzione della rete radiofonica ad Haiti dopo il terremoto, in Palestina e a Capo Verde sono nati due media center per giovani giornalisti, è stata avviata un’emittente nella Tunisia post Ben Alì.

Tra poche settimane riaccenderà anche i microfoni Radio Ghetto, una radio che trasmette dalle baracche di Rignano Garganico e che siamo orgogliosi di poter sostenere e diffondere attraverso i nostri canali. In questo territorio in provincia di Foggia ogni anno migliaia di braccianti, quasi al 100% migranti, accorrono per raccogliere i pomodori e lavorare i nostri campi. All’interno del villaggio di cartone e lamiera, c’è anche Radio Ghetto, costruita anch’essa con materiali di recupero, alimentata da pannelli solari, autogestita dai braccianti stessi, assieme a un gruppo di solerti volontari. Una volta finito di lavorare, seppur con la schiena e le braccia doloranti, gli abitanti del ghetto accorrono a decine ad alternarsi al microfono, per raccontare la loro giornata, chiacchierare e passare musica. In italiano e nella loro lingua di origine.

Ho letto proprio in questi giorni che è in cantiere un nuovo tablet per ciechi, con tastiera e schermo in braille. Non bastano i lettori vocali, sosteneva l’autore dell’articolo, per comprendere cose e fatti, ma è necessario anche un approccio sensoriale. Insomma, le cose, dopo averle ascoltate, bisogna anche poterle toccare, per conoscerle e capirle meglio.

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