Lo spazio dentro – Le cinque puntate

8 Gen

Ciao a tutt*,

come chi mi segue forse saprà, nella settimana di Natale sono andate in onda su Radio Rai Tre cinque puntate a mia cura dedicate alla convivenza in carcere, con il titolo “Lo spazio dentro“. L’audio documentario è un’indagine sulla multiculturalità nei luoghi di detenzione a partire dallo studio delle appartenenze religiose e dei diversi modi di vivere la spiritualità dei detenuti.

Per chi di voi si fosse perso la diretta radiofonica, metto a disposizione le cinque puntate qui sotto. Grazie e buon ascolto!

Puntata 01
Il crocefisso di Regina Coeli

« A via de la Lungara ce sta ‘n gradino
chi nun salisce quelo nun è romano,
e né trasteverino »
Detto popolare romano

Regina Coeli è la casa circondariale di Roma, sita nel quartiere Trastevere. Un tempo convento dedicato a Maria, da quasi due secoli la struttura è stata trasformata in un carcere realizzato secondo il modello ideato da Jeremy Bentham, con un’architettura a raggiera che permette un alto controllo dei detenuti e un basso livello di relazione tra gli abitanti delle celle.

A farci da guida tra i corridoi del carcere c’è Don Vittorio Trani, cappellano di Regina Coeli da 38 anni. Don Trani coordina una squadra di circa un centinaio di volontari che si occupa di servizi essenziali che l’istituzione non riesce a coprire, dall’acquisto di medicinali alla sistemazione degli occhiali.
A Regina Coeli esiste un’ampia cappella e un padiglione centrale dove si celebra la messa ogni domenica, munito di un grosso crocefisso con un Cristo colorato. Mancano però spazi e personale esperto per chi professa altre fedi.
Il giorno che abbiamo visitato l’istituto, il carcere era popolato da detenuti di 69 diverse nazionalità.

 

Puntata 02
Diritto di culto?

Affidare i diritti al buon senso? L’Italia è un Paese che non ha il reato di tortura e non mi pare che il buon senso abbia sopperito alla materia”.
Alessio Scandurra, Associazione Antigone

 Marco è un detenuto del carcere di Rebibbia. Condannato all’ergastolo, è in carcere da 29 anni, più della metà della sua vita. In cella Marco ha ricevuto la notizia del decesso del padre, comunicatagli da Padre Moreno, il cappellano dell’istituto. Padre Moreno lo ha anche sostenuto affinché potesse assistere al funerale e abbracciare i suoi cari.

Pietro ha 35 anni, un talento per la pittura e una passione per gli studi filosofici. Anche lui ha perso sua madre mentre scontava la sua pena e anche lui ha avuto la possibilità di raggiungere la sua famiglia, anche se solamente per un’ora. Ma sarebbe accaduta la stessa cosa se le famiglie di Marco e di Pietro non fossero state di fede cattolica?

Ad oggi i contorni legali riguardanti il diritto di culto, soprattutto per chi non è di fede cristiana, ancora non sono chiari. Gli imam, per esempio, se vogliono entrare in carcere devono avvalersi dell’articolo 17, che regola l’ingresso dei mediatori culturali e dei volontari, e augurarsi che il permesso venga accettato. Ma affidare i diritti al buon senso, spiegano studiosi e attivisti, è una pratica spesso pericolosa.

 

Puntata 03
Quotidiane convivenze

“Che peso e ruolo ha la religione nelle nostre società? Per molte tradizioni pratiche e appartenenza non fanno parte della sfera privata”
Valeria Fabretti, sociologa

 

Pietro racconta della convivenza pacifica e curiosa con un ebreo ortodosso in una cella di Rebibbia, Marco sorride ricordando i pasti senza carne di maiale cucinati con i suoi compagni musulmani, un altro Marco scherza sulla difficoltà di movimento nella sua stanza quando è il momento della preghiera musulmana e metà dei detenuti della sua cella si sdraia in terra. E ancora racconti di preghiere buddiste che si mescolano ai Padre Nostro e di Ramadan festeggiati anche da cristiani.
La convivenza forzata in carcere sembra spesso generare meccanismi informali e virtuosi di confronto e dialogo, che però ancora non vanno di pari passo con la gestione istituzionale delle esigenze che necessariamente si creano in contesti multiculturali.
A monte, manca un inquadramento e uno studio del fenomeno, in primis un censimento ufficiale su base religiosa, un’assenza dovuta a una precisa scelta del sistema penitenziario, che corrisponde all’idea che la religione sia una questione intima e personale e che la laicità debba passare dalla totale non interferenza delle istituzioni nella sfera privata religiosa. Secondo Valeria Fabretti, una sociologa che si è occupata a lungo di questo tema, questa è una visione fortemente cristiano-centrica e tipica della nostra società attuale.

 

 

Puntata 04
Radicalizzazione e cambiamento

In carcere ogni input si assorbe in maniera profonda. Se l’uomo può essere trasformato da predicatore da strapazzo a una bomba umana, immaginatevi cosa potrebbe fare l’istituzione carcere se si impegnasse veramente a cambiare l’individuo”.

Juan Dario Bonetti, ex detenuto del carcere di Rebibbia

Juan Dario Bonetti ha scontato una pena di 16 anni. Italo argentino, ha trascorso un periodo di detenzione nel carcere di Madrid, dove aveva il compito di portare da mangiare agli accusati dell’attentato terroristico del 2004.
Lo abbiamo incontrato di fronte al bar della facoltà di lettere dell’Università di Tor vergata, a Roma, dove sta studiando per laurearsi in filosofia. In una lunga chiacchierata, ci ha raccontato l’esperienza di Madrid e altri episodi di convivenza e incontro con persone di fede musulmana.
Già laureato in antropologia culturale con una laurea sulle possibilità di cambiamento e sui meccanismi di ricostruzione dell’individuo, Juan ha ragionato a lungo sul ruolo della fede e dei credo nel percorso di espiazione di una pena carceraria.

 

Puntata 05
Conversioni dietro le sbarre

“La galera è un’assenza di gravità”.
Detenuto anonimo

Un giovane detenuto napoletano di famiglia cattolica, costretto a 15 giorni di isolamento, riceve un pacco di libri sul buddismo dalla sorella. Dopo un primo momento di scetticismo, si immerge nella lettura. Oggi segue a Regina Coeli un corso tenuto dal gruppo buddista Soka Gakkai e pratica ogni giorno con grandi benefici.
Le conversioni o le cosiddette riconversioni – il passaggio dei figli di coppie miste dalla fede del padre a quella della madre o viceversa – ma soprattutto le contaminazioni tra una religione e un’altra sono molto frequenti nelle nostre carceri.
Pietro, Juan e altri detenuti o ex detenuti hanno raccontato di momenti di dialogo, confronto, contaminazione, spesso dettati da una forzata convivenza, ma non per questo non produttori di conoscenza: una curiosità e un incontro che a volte sfuggono nel mondo di fuori.

 

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